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Una storia da raccontare

28.03.2024

Entrai all’ACI nell’estate del 1942. Allora si chiamava "Reale Automobile Circolo d’Italia - RACI" (nel periodo fascista la parola Club era stata sostituita con Circolo). Fui assunto per interessamento di mio padre, autista del conte Guicciardini, socio del Circolo, che parlò di me al capo ufficio soci, al quale si rivolgeva per qualsiasi formalità riguardante l’auto. Eravamo in guerra e il RACI rilasciava i permessi di circolazione ed i buoni benzina. Feci domanda dopo che mi ero diplomato all’Istituto Magistrale a giugno. Fui chiamato dopo una quindicina di giorni, feci un colloquio con il Direttore, e fui assunto come straordinario giornaliero avventizio, licenziabile in qualsiasi momento senza preavviso. Mio padre, per darmi coraggio, mi disse che potevo stare tranquillo perché avevo un contratto di ferro. Ci sono rimasto per 47 anni.

Dopo qualche mese. il Direttore mi mandò ad aprire un ufficio distaccato a Prato, dove espletavo una parte del lavoro che veniva fatto a Firenze. Era nata la prima "Delegazione". Andavo a Prato con il treno, che spesso si fermava in mezzo alla campagna e tutti eravamo costretti a scappare perché il treno era un sicuro obbiettivo delle mitragliate degli aerei alleati.

L’8 settembre del ’43 ci fu l’armistizio, e la situazione si complicò molto. Qualche giorno dopo l’armistizio, mi trovavo in ufficio a Prato, quando mi avvertirono che l’esercito tedesco aveva varcato l’Appennino dal passo della Futa e scendeva verso Firenze. Si diffuse il panico fra la gente: chiusero i negozi e gli uffici pubblici. Tutti i mezzi di trasporto si fermarono. Anch’ io fui preso dal panico e tempestivamente decisi di chiudere l’ufficio e tornare a Firenze. Tutti i mezzi di trasporto erano stati bloccati e pertanto non mi rimase che ritornare in città a piedi. Appena arrivato andai nell’ufficio della Direzione del RACI dove consegnai le chiavi e dissi che sarei ritornato in tempi migliori.

I tedeschi occuparono Firenze e, come è noto, Mussolini, dopo essere stato liberato dai tedeschi dalla sua prigionia il 12 settembre 1943, avviò la nascita della Repubblica Sociale e molti furono i richiamati alle armi. Io avevo rinviato il servizio militare perché mi ero iscritto nel novembre del 1942 all’Università, ma un giorno della fine di settembre del 1943, tornando a casa, trovai la cartolina della Repubblica fascista di Salò che mi intimava di presentarmi al distretto militare per essere arruolato nell’esercito repubblichino. Il mio primo istinto fu quello di scappare, avevo venti anni ed avevo capito dagli eventi i grandi errori commessi dal regime. Presi quindi una decisione: sarei andato via da Firenze. In bicicletta mi allontanai dalla città e andai a nascondermi in campagna nei pressi di San Gimignano, a casa dei miei nonni. La mia fuga durò poco. Infatti la mia famiglia era rimasta a Firenze e il mio allontanamento da casa li mise in pericolo. Ero da pochi giorni
 

nel casolare del nonno quando fui avvertito da mia madre che i fascisti erano andati a cercarmi a casa e, non trovandomi, avevano portato via mio padre per rinchiuderlo nel carcere delle Murate fino a quando non mi fossi presentato al distretto militare. La situazione di pericolo in cui si trovava mio padre mi dette il coraggio per ritornare in città e presentarmi al Distretto militare.

Al Distretto incontrai alcuni amici che mi informarono che era previsto il nostro arruolamento in fanteria e che saremmo stati mandati a combattere a Cassino contro gli americani, a meno che non avessi la patente di guida, allora mi avrebbero messo negli autieri e mandato alla caserma del Poggio Imperiale. Quelle informazioni mi aprirono una speranza. Ai militari feci vedere la patente e fui mandato nella caserma di Poggio Imperiale. La patente di guida, che io avevo preso a Prato su insistenza dell’ingegnere della Motorizzazione Civile che ospitavo nel mio ufficio quando faceva gli esami agli allievi della scuola guida locale, mi salvò la vita per la seconda volta.

La prima volta era accaduto qualche tempo prima. I fascisti mi avevano convocato al circolo rionale e con la forza volevano che firmassi la domanda di volontario nei battaglioni " M " destinati a combattere in Russia con i tedeschi. Ero in trappola e con rapidità dovevo trovare il modo di uscirne. Cercai di restare calmo e al momento opportuno mi inventai la scusa che non potevo firmare perché avevo fatto domanda all’Accademia Aeronautica di Caserta, che stavo aspettando la chiamata e che avrei dovuto presentarmi con la patente di guida (che pochi avevano a quell’epoca). Per fortuna credettero alle mie parole, verbalizzarono tutto e mi mandarono via. Di quelli che avevano firmato ne ritornarono ben pochi. La patente di guida mi aveva salvato.

Alla caserma di Poggio Imperiale mi assegnarono all’ufficio matricola. Disponevo di tutti i timbri del reggimento e di tutti gli stampati in bianco relativi a congedi, licenze di convalescenza ed altro. Un giorno, gli ufficiali, tutti di stretta fede fascista, ci comunicarono il nostro trasferimento prima al Nord e poi in Germania perché gli alleati stavano avanzando. La situazione stava diventando sempre più difficile ed ebbi un’idea. Dato il mio compito all’ufficio matricola, pensai che potevo rendermi utile facendo scappare diversi di quei ragazzi che come me erano stati costretti ad arruolarsi con la forza. Allora decisi di fornire loro i documenti falsi, (congedi e licenze) con gli stampati ed i timbri che avevo a disposizione in ufficio, perché non avendoli significava uscire dalla caserma senza alcuna tutela e, se fermati dalle ronde fasciste o tedesche, avrebbero rischiato la fucilazione per diserzione. Dopo qualche tempo cominciarono ad arrivare al mio ufficio le segnalazioni di mancato rientro di quei soldati e quindi la loro diserzione. Io ebbi l’ordine di informare i carabinieri della residenza dei disertori, ma per rallentare la loro ricerca e far trascorrere altro tempo e permettere ai ragazzi di mettersi in salvo, mi premunii di fornire ai militari le località sbagliate. Dopo circa un mese i carabinieri cominciarono a comunicarci continui "sconosciuto all’indirizzo". La situazione era molto pericolosa e, dopo essermi rifornito anch’io di documenti falsi, disertai rifugiandomi nel Palazzo Guicciardini, ospite del Conte insieme a suo nipote vice-console che era scappato da Vienna.
 

Rimasi nascosto fino a quando i tedeschi si ritirarono da Firenze, precisamente fino a che non sopraggiunse un comunicato da parte delle forze tedesche che entro cinque ore, sia il palazzo che mi ospitava, che tutte le abitazioni limitrofe al Ponte Vecchio, e quindi la mia stessa casa che era situata in via dei Bardi, dovevano essere evacuate portando via soltanto lo stretto necessario. Avevo riabbracciato i miei, ma non sapevamo dove andare. Il conte Guicciardini ci portò con la sua famiglia nel palazzo dello zio, principe Strozzi, in piazza D’Azeglio. Tre giorni dopo le nostre abitazioni saltarono in aria insieme a tutti i bei ponti di Firenze, fatta eccezione per il Ponte Vecchio al quale, con le loro macerie avrebbero fatto da baluardo secondo un capriccio di Hitler.

Finalmente l’11 agosto del ’44 Firenze fu liberata, io e la mia famiglia fummo ospitati nel palazzo Guicciardini, che per fortuna, anche se in pessime condizioni, non era stato demolito.

Il 15 agosto mi recai all’ACI, allora in via Cavour, e lo trovai occupato dal Governo Militare Alleato, come tutti gli uffici pubblici. Il capo era un capitano inglese; immediatamente mi chiese se lavoravo in quell’Ente e mi disse che aveva il problema di sequestrare tutti i mezzi atti a trasportare merci che si trovavano a Firenze e nei dintorni. Dovevano servire per trasportare viveri a Firenze perché la popolazione, d’altronde come me, era alla fame. Lo condussi nell’ufficio dove erano i volumi del Pubblico Registro, dove era possibile reperire i nominativi e gli indirizzi che ci interessavano. Mi propose di prendere servizio subito con uno stipendio di 500 "Amlire" al mese e mi fece mettere a lavoro per la ricerca dei veicoli. Trovai molti nominativi che consegnai al Capitano. Mi mise su una jeep guidata da un tenente e, girando per Firenze e dintorni, lo accompagnai nei luoghi dove si trovavano i mezzi. Mentre facevamo questo, il cielo di Firenze era solcato dai proiettili delle cannonate sparate dagli Alleati che dal Galluzzo puntavano verso le colline di Fiesole, dove ancora erano appostate le truppe tedesche.

In seguito, quando gli Alleati si spostarono al Nord e trasferirono il governo della nazione al Comitato di Liberazione Nazionale, all’ACI di Firenze fu nominato come direttore l’avvocato Rimini e, quando tutti i poteri furono trasferiti al Governo Italiano, la sede centrale di Roma mandò a Firenze i propri funzionari.

Si alternarono vari direttori, finché alla fine degli anni ’40 arrivò l’ex colonnello di artiglieria Amos Pampaloni , uomo di grandi iniziative, scampato alla fucilazione da parte dei tedeschi sull’isola di Cefalonia, medaglia d’argento, comandante delle brigate partigiane all’estero. Appassionato di gare automobilistiche dette vita a molte iniziative dell’ACI di Firenze. Sotto la sua guida partecipai a organizzare molte competizioni su strada: la Firenze - Fiesole, la Coppa della Consuma, il Circuito delle Cascine, il Giro della Toscana, la Firenze - Siena, il Giro del Mugello. Purtroppo durante una di queste ci fu in grave incidente ed il Prefetto non autorizzò più gare di velocità su strada.
 

Successivamente fu eletto Presidente dell’AC Firenze l’ingegner Pasquale Borracci, anche lui appassionato di gare automobilistiche, e fu così che con grande entusiasmo del Consiglio direttivo fu deciso di costruire un autodromo. Lavorai con entusiasmo a questo progetto portando avanti le diverse fasi per costruire l’autodromo. Il sindaco di Scarperia ci aiutò a reperire il terreno e dopo aver fatto tutti gli appalti, secondo la legge, (l’AC Firenze non era nel parastato, ma solo un ente di diritto pubblico) iniziarono i lavori. Purtroppo ed improvvisamente fummo travolti dalla crisi di inizio anni 70, tutti i preventivi saltarono, ma eravamo nel bel mezzo dei lavori e non potevamo fermarci. Le banche ci aiutarono, l’autodromo del Mugello fu completato, la gestione andava bene, ma ci trovammo con un grosso debito. In qualità di vice direttore, un giorno ricevetti una telefonata dalla Ferrari che mi chiedeva se ACI Firenze era disposta a vendere l’autodromo; era una richiesta importante per l’ente e per il futuro dell’autodromo e quindi passai immediatamente la telefonata al Presidente. Successivamente, dopo varie trattative, l’affare fu concluso. Così l’ACI Firenze saldò il suo debito con le banche e chiuse la sua gestione, mentre l’Autodromo con la nuova proprietà assunse sempre di più un prestigio internazionale.

Piero Ceccherini (1923 - 2021)

Ex Dirigente Affari Istituzionali dell’Automobile Club Firenze